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    Giocare d’Azzardo

    Giocare d’Azzardo

    Il gioco è un’attività svolta da adulti e bambini a scopo ricreativo: alcuni giochi possono coinvolgere un solo giocatore ed altri più partecipanti, favorendo la competizione e la socializzazione. Il gioco d’azzardo, invece, fa riferimento a tutti i giochi dove il fattore primario è la fortuna poiché si scommette sull’esito di un evento futuro. Infatti il termine azzardo deriva dall’arabo az-zhar che significa “dado”, il gioco dei dadi è uno dei più antichi giochi d’azzardo esistenti.
    Il gioco, compreso quello d’azzardo, ha quindi una storia antichissima e una finalità edonica ossia è praticato al fine di raggiungere piacere.

    Quando però si usa il termine Gioco d’Azzardo Patologico, si fa riferimento ad un disturbo del controllo degli impulsi, caratterizzato dall’incapacità di resistere a un desiderio impellente o alla tentazione di compiere un’azione pericolosa per sé o per gli altri. Nella maggior parte dei casi la persona avverte una sensazione di tensione ed eccitazione prima del compimento dell’azione, seguita poi da piacere, gratificazione e sollievo durante lo svolgimento della stessa. Una volta terminata l’azione però, la persona si sente pervasa da rimorsi e sensi di colpa.

    Anche con il gioco d’azzardo si ricerca il piacere e la soddisfazione ma diventa però una vera e propria patologia nel momento in cui il giocatore è totalmente assorbito da esso, quando dopo aver perso torna a giocare puntando più soldi, quando mente ai propri familiari circa l’entità del proprio coinvolgimento, compromettendo quindi la propria vita affettiva e/o lavorativa per il gioco d’azzardo.
    Inoltre il giocatore d’azzardo patologico spesso ha ripetutamente tentato senza successo di controllare, ridurre o interrompere il gioco d’azzardo provando sensazioni di estrema irrequietezza e irritabilità.

    VECCHIAOggi diventa ancora più difficile rintracciare la linea sottile che separa il gioco d’azzardo ai fini ludici e ricreativi, da quello patologico, poiché in ogni angolo delle nostre città possiamo legalmente tentare la fortuna con un biglietto “gratta e vinci”, con il gioco del bingo o con moltitudine di slot machine ecc.
    “Giocare con giudizio” per chi non riesce a controllare l’impulso del gioco, non è affatto facile, poiché nel momento in cui si è preda del bisogno incontrollato di “farsi una giocata”, per ridurre uno stato di tensione e nervosismo, le nostre capacità di discernere ciò che è giusto o sbagliato, sono fortemente compromesse.

    Nel momento in cui si è preda dell’impulso, infatti, operare un giudizio e quindi a fare delle scelte “salutari”, può diventare molto complicato. Immaginiamo per esempio, di non bere da giorni e di trovarci di fronte ad una fonte d’acqua. La nostra capacità di giudicare se quell’acqua sia per noi salutare o nociva, può essere fortemente compromessa dal bisogno di eliminare la sete.

    Da ciò un aspetto cruciale per iniziare a trovare uscite dal disagio, è di farsi aiutare da un professionista a comprendere il significato che il gioco d’azzardo ha per la persona, in quel determinato periodo di vita.

    Infatti, spesso il giocatore d’azzardo patologico gioca per fuggire e/o risolvere problemi o sofferenze e spesso si giudica un fallito, un frustrato, non solo perché non riesce a risolvere le problematiche che incontra, ma soprattutto perché lo fa mediante il gioco d’azzardo.

    In poche parole, diventa terapeutico riconoscere il dispiacere e il dolore di non avere più il controllo sulla propria vita e sui propri problemi, e allo stesso tempo legittimare e trovare delle soluzioni che promuovano e non ostacolino l’autostima.

    Di fronte a questi problemi e a queste emozioni faticose, “farsi una giocata” può dare sollievo immediato ma un attimo dopo, arreca ancora ancora più fastidio e dispiacere. In poche parole se da un lato è bello sperare che tentando la “dea bendata” tutti i nostri problemi si risolveranno, dall’altro una tale speranza è facilmente deludibile e quello che più conta acceca il nostro potere personale.

    A cura della Dott.ssa Maria Cristina Bivona

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